a casa di Cornelio, il luogo dove Dio ti precede

18 dicembre 2008

Scuola della Parola (4)

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“Il Signore è vicino!” Fil 4,5

18 dicembre 2008

     L’invito alla vigilanza è quello che risuona maggiormente negli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, soprattutto nei cosiddetti discorsi di addio e nel Getsemani, dove Gesù esorta gli apostoli a vegliare con lui e pregare per non entrare in tentazione. Ed è anche quello che la prima comunità cristiana più ha raccolto, convinta com’era che il Signore potesse tornare da un momento all’altro.
      “Vegliate e pregate” è il corrispettivo di “convertitevi e credete” che fa seguito, sulle labbra di Gesù, all’annuncio del Regno.

     Quando Gesù è presente l’invito rivolto è: credere!, quando è assente l’invito diventa: vigilare!
      Cosa c’è dietro questo invito a vigilare? Perché vigilare?
     Il vigilare non è certo un elemento marginale della vita cristiana, anzi! Esso esprime tutta la tensione verso il futuro di Dio, tensione che va coniugata con l’attenzione e la cura per il qui e ora della nostra storia.

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28 novembre 2008

Scuola della Parola (3)

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Tutto io faccio per il Vangelo… (1Cor 9,22-23)
Prima della creazione del mondo…

27 novembre 2008

     All’inizio della vocazione/rivelazione di Paolo l’incontro personale con Gesù Cristo. Una figura che si è fatta improvvisamente presente, quel giorno sulla via di Damasco, quasi un’irruzione che lo aveva disarcionato fino a prendere ogni giorno di più possesso della sua stessa vita. Una seduzione che gli aveva cambiato l’esistenza, il tesoro per il quale valeva davvero la pena di dare tutto quello che aveva e di fronte al quale ogni altra cosa era ritenuta spazzatura.
     Paolo è letteralmente preso da Cristo Gesù (Fil 3,12). Attraverso di lui una consapevolezza nuova comincia ad abitarlo: quella di essere amato, benedetto ancor prima della creazione del mondo.
    L’iniziativa di Dio sulla via di Damasco dischiude per Paolo una diversa comprensione delle cose: la vita cristiana non consisterà nel fare qualcosa per Dio, nel donare qualcosa a Dio, ma nell’aprirsi ad accogliere un dono e a rispondervi con un’esistenza segnata dalla gratuità. Quella logica ascendente religiosa-sacrificale è stata ribaltata da quel movimento divino che abbiamo imparato a leggere come kènosi, come abbassamento e come donazione, che non esige contraccambi e tantomeno è finalizzato a suscitare un sentimento di reciprocità. Gv 3,16, in quel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, aveva affermato: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna”.

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7 novembre 2008

Scuola della Parola (2)

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Tutto io faccio per il Vangelo… (1Cor 9,22-23)

Gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù…

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Fil 2,1-11

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto  derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci  sono sentimenti di amore e di compassione,  2 rendete piena la  mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i  medesimi sentimenti.  3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per  vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri  superiori a se stesso,  4 senza cercare il proprio interesse, ma anche  quello degli altri. 

 5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

  6 il quale, pur essendo di natura divina,

 non considerò un tesoro geloso

 la sua uguaglianza con Dio;

  7 ma spogliò se stesso,

 assumendo la condizione di servo

 e divenendo simile agli uomini;

 apparso in forma umana,

  8 umiliò se stesso

 facendosi obbediente fino alla morte

 e alla morte di croce.

  9 Per questo Dio l’ha esaltato

 e gli ha dato il nome

 che è al di sopra di ogni altro nome;

  10 perché nel nome di Gesù

  ogni ginocchio si pieghi

 nei cieli, sulla terra e sotto terra;

  11 e  ogni lingua proclami

 che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

 

 

6 novembre 2008

Paolo scrive dalla prigione in cui si trova recluso e propone alla comunità cristiana di Filippi il cammino di Gesù facendo comprendere loro che anzitutto anche Gesù ha conosciuto l’esperienza del camminare, del progredire: un cammino che parte da Dio, giunge alla condizione di schiavo per poi fare ritorno a Dio nell’esperienza della gloria. Il brano di Filippesi che abbiamo proclamato mette in luce proprio le tappe di questo cammino. Anche Gesù ha una sua storia e questa storia è riletta da Paolo in un arco che va dalla preesistenza all’incarnazione alla vita terrena alla morte in croce alla glorificazione.

la vita cristiana: avere gli stessi sentimenti del Figlio

Cosa vuol dire essere discepoli per Paolo? Cosa vuol dire essere credenti? Paolo riassume il senso della vita cristiana in un itinerario di progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo verso il Padre.

Il cammino di ciascuno di noi si può compiere solo non distogliendo lo sguardo dall’icona di Cristo che si dona totalmente al Padre e ai fratelli.

Questo itinerario – perché di itinerario si tratta e non di una realtà acquisita una volta per tutte – tende a creare nel credente quella stessa totale disponibilità o quel sentimento di amore immenso che ha spinto il Figlio a farsi uomo, a divenire servo, umile e obbediente, libero di dare la vita per amore. Così è l’uomo pensato secondo Dio per Paolo.

Non è un culto a qualificare la nostra relazione con Dio, non è neanche lo zelo apostolico e missionario; non è neppure il rincorrere una propria perfezione personale. Paolo mette al centro il modello di una persona vivente, i suoi sentimenti e i suoi desideri, il suo modo di vivere e il suo coraggio di morire.

Paolo, rivolgendosi ai Filippesi, li esorta al sentire: “cercate di avere lo stesso modo di sentire… unanimi e uniti nel modo di sentire” (2,2). Non un sentire vago ma quello che è stato di Cristo Gesù (2,5). Se Paolo li esorta a questo è perché il loro atteggiamento quotidiano sembra contraddire quanto egli sta riproponendo. A partire dal sentire di Gesù i Filippesi sono spronati a non rimanere imbrigliati in tensioni, conflitti e rivalità che non consentono all’amore di regnare nella comunità. Le ragioni perché questo debba essere perseguito sono diverse:

  • - hanno già sperimentato la consolazione che viene dal Signore Gesù il quale conferma e rallegra il cammino dei discepoli;
  • - l’amore reciproco è un vero e proprio conforto;
  • - la presenza dello Spirito è fonte e motivo di comunione nella diversità;
  • - tra i fratelli della comunità e tra questi e Paolo c’è un legame di affetto.

Se questo è il punto di partenza è possibile addirittura gustare la pienezza della gioia nella misura in cui tutti cercano lo stesso sentire. L’unità da perseguire non è di tipo formale ma è quella che salvaguardando le diversità di ognuno vive le relazioni nell’amore vicendevole. C’è qualcosa che tutti ci accomuna: l’amore del Signore Gesù.

È possibile vivere relazioni fraterne nella misura in cui si è consapevoli della propria misura, della propria debolezza, della propria fragilità. Relazioni da decentrati, disposti a sostenere l’altro.

Non è generico questo modello di vita, ma un modo particolare di seguire Gesù, il modo della kénosi. La kènosi come simbolo e come cifra interpretativa dell’esistere e del morire per amore, del non tenere gelosamente per sé nulla, neppure la relazione privilegiata e unica con il Padre, ma il pensarsi unicamente e in tutti i sensi come dono, fino a pensare la stessa morte come dono e a decidere di far dono della vita.

Così è Dio. Così è l’uomo. I sentimenti, infatti, esprimono forse la parte più umana del nostro io, dal momento che ne rivelano sogni e motivazioni, spesso sono istintivi, immediati, passeggeri, fugaci. Tuttavia, se evangelizzati possono divenire espressione di una conversione di vita. La vita da credenti non è per chi ha soppresso istinti e pulsioni ma per chi lascia che tutto ciò sia illuminato dalla luce misteriosa dello Spirito.

I sentimenti svelano il nostro lato debole, quello che il più delle volte non giunge al vaglio della riflessione e nondimeno sono forse l’aspetto che più esprime quello che ognuno è, quello che porta nel cuore. Se, infatti, riusciamo a controllare parole e gesti (evangelizzazione dei comportamenti) ma non possiamo impedirci di provare i sentimenti, i quali ci dicono se e fino a che punto ci stiamo identificando con il cuore del Signore Gesù, con la sua passione di amore, con il suo Vangelo.

Non è credente né evangelica quella vita cristiana che non arriva a toccare, trasformare ed evangelizzare non anzitutto i valori proclamati o i comportamenti visibili, ma anche sentimenti, desideri, disposizioni interiori, progetti, simpatie, gusti, attrazioni… ad immagine del Figlio che si consegna per amore.

Troppa predicazione cristiana ha posto l’accento sulla novità di gesti e di comportamenti senza dare la necessaria attenzione all’interno, al cuore, al sentire profondo, alle motivazioni del proprio agire. E alla fine ci si è ritrovati con credenti puntuali nell’eseguire gli ordini ma incapaci di passione.

Se si deve formare il cuore umano perché impari ad amare il cuore di Dio, è  ovvio che il processo non può che durare tutta la vita. Il cuore non può essere costretto ma può essere educato a scoprire la grandezza della chiamata e la bellezza della proposta. Avere gli stessi sentimenti di Gesù non vuol dire una esteriore imitazione, ma alla luce della sua esperienza scoprire la propria identità.

La fede, nella sua dimensione più matura, è scelta di conformazione, non semplice appartenenza ideologica: diventare come il Figlio, questa è la meta di ogni vita cristiana.

E il contesto è quello di una comunità ove sperimentare ed esprimere l’amore che si fa servizio e misericordia, una comunità il cui stile conferma i tratti tipici della kènosi, come l’umiltà, la povertà, l’obbedienza vicendevole.

Il processo del cammino di liberazione è costruito sul modello pasquale: morte, discesa agli inferi, resurrezione.

Il cammino di liberazione comincia sempre con la presa di coscienza della propria schiavitù. C’è una morte da affrontare: occorre lasciarsi destrutturare nel proprio modo di pensarsi e di agire.

 

Il cammino di Gesù

Alla pari di Dio…

La sua condizione di partenza: il Signore Gesù esisteva in una condizione divina che gli apparteneva, gli spettava di diritto, gli era propria. Era la sua natura reale quella di essere nella condizione di Dio. Nella sua preesistenza Gesù condivideva con Dio le sue stesse modalità di essere, sottratto cioè ai limiti e ai condizionamenti dell’esistenza umana.

Se questa era la sua condizione quale il rapporto stabilito da Gesù con essa? Non considerò una preda il suo essere alla pari di Dio. È il rovescio della pretesa di Adamo, che si illuse di poter rapire l’essere come Dio, le sue stesse prerogative (Gn 3,5). Il cammino di Gesù è a rovescio del cammino di Adamo, del cammino dell’umanità: se da un lato abbiamo un uomo che cerca in tutti i modi di innalzarsi fino a Dio, per poter disporre delle sue prerogative, dall’altra abbiamo il cammino del Figlio di Dio che spogliandosi della sua condizione divina accetta di condividere, scendendo, l’umile misura dell’uomo. Il cammino dell’uomo e il cammino del Figlio di Dio: l’alternativa è tra arroganza/pretesa da una parte e dono/condivisione dall’altra.

Non un tesoro geloso: l’essere come Dio da parte di Gesù è stato vissuto, infatti come solidarietà e condivisione. È da questa prospettiva che ha inizio il mistero dell’Incarnazione come è da questa prospettiva che va letta tutta la vicenda umana di Gesù. L’uomo Gesù manifesta quale modo di ragionare ci sia in Dio. Francesco coglierà molto bene questo stile quando scriverà: Nulla di voi trattenete per voi affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si dona.

La vita “spezzata” dell’uomo Gesù non è stata nient’altro se non la traduzione di un modo di ragionare (ne parliamo per analogia, s’intende) fatto mentre esisteva nella condizione di Dio. In gioco non c’è solo l’uomo Gesù e il suo modo di vivere. In gioco c’è una teologia, un modo di pensare Dio e di pensarsi di Dio: Gesù non ha tenuto per sé il suo essere alla pari di Dio. Dio si manifesta solo in termini di dono. Gesù ne è la rivelazione compiuta.

 

Svuotò se stesso

L’incarnazione è letta da Paolo come lo svuotamento di Dio, la kènosi di Dio. Il verbo ekenosen esprime la spogliazione: vuoto come un deserto o come una città spopolata: completamente.

Per diventare l’uomo ha rinunciato completamente alle sue prerogative divine che gli spettavano di diritto ma che lo avrebbero reso comunque diverso. I diritti divini lo avrebbero sottratto senz’altro all’esperienza del limite, della debolezza, della sofferenza e della morte stessa. Ma a questo Gesù ha preferito una condivisione totale della stessa condizione dell’uomo. Uomo comune, normale, come tutti. “Identico agli altri nella natura come pure nell’aspetto e nel comportamento” (B. Maggioni). E tuttavia sul piatto della bilancia non c’è la condizioni di Dio e la condizione di uomo. La vicenda di Gesù attesta un ulteriore sbilanciamento: la condizione di servo. Da Dio a servo: ecco il paradosso dell’incarnazione. A Paolo interessa rileggere come Gesù è stato nella condizione di uomo. Da servo (doulos), cioè nella condizione sociale inferiore, di sottomissione e di servizio.

Dio esce da sé: l’uscita da sé per essere nell’altro è l’espressione più profonda dell’amore di Dio. Il regime del privilegio condanna alla solitudine, quello dello svuotamento apre alla comunione. Non c’è relazione con l’altro nella verità se non nello spogliamento. Da ricco che era si è fatto povero per noi, dirà Paolo in 2Cor 8,9.

Tutto questo, ancor prima di una nostra risposta, nella gratuità più assoluta. Il Figlio si è svuotato  non per dei credenti ma per dei nemici. Per Paolo questo sarà un tema continuamente frequentato: la relazione tra Dio e l’uomo è asimmetrica. “Mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per gli empi…” (Rm 5,6-10).

Dio ha intrapreso il suo cammino verso di noi non nella certezza della nostra conversione ma nell’amore di chi assume l’altro nella sua totale alterità. Questa gratuità precede la nostra risposta ed è svincolata da essa.

 

Umiliò se stesso

Si fece tapino – piegato al suolo e di modesta condizione – diventando servo e facendosi obbediente. Servo, umile e obbediente: è da questa angolatura che si comprende l’esistenza terrena di Gesù. Egli scelse di stare con gli altri, alla pari, al loro livello, nel servizio invece che nel dominio, piegandosi invece che ponendosi al di sopra. Dunque non solo alla pari, ma un gradino più sotto. Dal basso. Umile Gesù lo è diventato attraverso le umiliazioni subite: imparò l’obbedienza dalle cose che patì (Eb 5,8). Paolo lo aveva appena richiamato: ognuno di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stessi. Umiltà come stile.

 

Facendosi obbediente

Chi obbedisce è colui che si pone in ascolto. In ascolto del Padre, senz’altro. Ma credo possiamo aggiungere: in ascolto di chiunque. In ascolto fino alla morte e alla morte di croce. In ascolto per tutta la vita: dal suo nascere al suo morire. Ma fu anche in ascolto a tal punto da dare la vita: tanto in ascolto da non tirarsi indietro neanche di fronte alla morte. La vicenda umana di Gesù riletta secondo la categoria dell’ascolto sottomesso, di chi continua a dare credito. Tante potevano essere le categorie da cui rileggerla e, invece, l’inno evidenzia proprio l’obbedienza.

 

Fino alla morte di croce

Anche la croce riconosciuta come luogo veritativo entro il quale continuare ad esprimere il suo essere fedele al Padre e solidale con i fratelli. La croce è l’esperienza nella quale Gesù attesta fino a che punto ha scelto di condividere la condizione degli uomini. Non solo. Essa attesta altresì l’uomo del quale Gesù si è fatto solidale, l’uomo malfattore, l’ultimo degli uomini, colui che è maledetto: maledetto chi pende dal legno (Dt 21,33). Muore da scomunicato, nella lettura degli uomini muore da maledetto da Dio che lo ha abbandonato. Dio nel luogo in cui è ritenuto assente, luogo dei senza Dio. Ecco fino a che punto Gesù ha rinunciato alla sua condizione di Dio per assumere quella di uomo.

La croce non è un incidente di percorso nell’esistenza di Gesù, quasi un esito inatteso. Essa rappresenta piuttosto “il logico approdo e la piena manifestazione del precedente ‘umiliò se stesso, fattosi obbediente’” (B. Maggioni). Messa in conto l’eventualità che uno stile di vita come quello di Gesù potesse comportare un essere strappato dal mondo con violenza.

Se Dio si manifesta anche lì, anche così, il nostro immaginario su di lui è da rivisitare. L’esperienza dell’ignominia e dell’umiliazione non sono da maledire: anche in esse è dischiusa una rivelazione.

I primi credenti, Paolo compreso, sono risaliti dall’esperienza della croce e hanno ricostruito la vicenda di Gesù a ritroso. Rileggendola hanno provato a comprendere a quale disegno corrispondesse, a che cosa fosse conforme, se è vero che Gesù si è presentato come la parola ultima e definitiva di Dio.

 

Per questo Dio lo ha esaltato

Dio dice sì ad una esistenza come quella del Figlio. Lo aveva già affermato al Battesimo al giordano: in te mi sono compiaciuto. Dio si è manifestato così e questo non può che suscitare stupore e lode: ecco il senso di quell’”a gloria di Dio”.

 

Ogni ginocchio si pieghi

Il cammino del Figlio dalla preesistenza alla morte di croce era teso alla riconciliazione degli uomini con Dio. Sulla croce Gesù lo aveva riconosciuto: Tutto è compiuto. Ora tutti sanno chi è Dio.

Il cammino del discepolo

Abbiamo contemplato il cammino di Gesù, una storia fatta di tappe diverse: preesistenza, incarnazione, vita terrena, morte di croce, glorificazione, tutto a gloria del Padre.

Quello che vorrei proporvi, è di ripensare alla nostra esistenza cristiana, lasciandoci ispirare dal cammino di Gesù, cantato nell’inno di Fil 2, 5-11. Mi permetto di darvi delle semplici indicazioni per un confronto tra la vicenda di Gesù ed il personale cammino di discepolato.

Questo confronto, tuttavia, non va fatto collocandoci esclusivamente nella prospettiva che intercorre tra modello/imitazione, ma nella profondità dell’essere in Cristo. È quanto viene espresso nel v. 5.

La traduzione liturgica della CEI così si esprime: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Questa traduzione propone lo schema modello/imitazione. Cristo è il modello e noi suoi discepoli siamo chiamati a mettere in pratica i suoi atteggiamenti, sentimenti, comportamenti. Secondo questo modo di intendere la vita cristiana, il rapporto con il Cristo rimane alquanto estrinseco e rischia di ridurre l’esistenza di fede a semplice cammino etico.

La nuova traduzione della CEI recita così: Abbiate fra di voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Si potrebbe anche tradurre: Sentite tra di voi ciò che anche in Cristo Gesù (conviene sentire). Qui si pone in evidenza l’essere in Cristo. Si invitano i discepoli ad avere gli uni per gli altri i sentimenti che derivano dal fatto di essere in Cristo Gesù. L’inno invita chi lo canta ad avere quei sentimenti e quegli atteggiamenti che uno è chiamato ad avere dove Gesù Cristo è determinante, dove egli esercita la sua sovranità e dove il discepolo è chiamato a vivere nel modo in cui egli ha vissuto.

In questo secondo schema, Gesù Cristo non è propriamente proposto come modello, ma piuttosto come fondamento della vita cristiana, nella quale, per il battesimo e la fede, il discepolo dimora e dalla quale, per l’operazione dello Spirito, trae la comprensione di sé.

Sollecitazioni per un confronto di conversione personale

Preesistenza

Cristo pensa a farsi uomo. Dio pensa a farsi dono all’uomo. Il cristiano nel battesimo è nascosto con Cristo in Dio. Attraverso di esso l’uomo, per lo Spirito, diviene, nel Figlio unigenito, figlio del Padre. Quanto è presente in me il desiderio di essere in Cristo Gesù? In Cristo, Dio si fa uomo, perché l’uomo divenga dio per partecipazione, afferma un antichissimo assioma patristico. Quanto desidero tutto ciò?

Incarnazione

Cristo spoglia se stesso della forma Dei e assume la forma dello schiavo. Io, vivendo in Cristo come suo discepolo, ho il desiderio di essere svuotato? Da quale forma desidero essere svuotato? Quali situazioni, fatti, persone, mi hanno spronato o costretto a svuotarmi?

Vita terrena

Cristo vive la sua vicenda terrena nell’umiltà e nell’obbedienza. Sta sottomesso al disegno del Padre e si pone a servizio dell’ultimo tra i fratelli. Come vivo da cristiano la mia vita quotidiana? Quali sono i desideri che mi attraversano maggiormente? Le mie azioni sono umili e obbedienti?

Croce

Per Gesù Cristo la croce è adorazione del Padre e condivisione della vita e del destino di morte dell’uomo. Cos’è per me cristiano la croce del Signore nella mia vita quotidiana? Il crocifisso vive nell’adorazione e nella condivisione, ed io?

Glorificazione

Il soggetto della glorificazione di Gesù è Dio Padre, solo lui dona il nome, la signoria e la gloria. Sono aperto alla dimensione escatologica della vita cristiana? Tento di vedere le realtà quotidiane, anche dall’alto, ossia dal punto di vista di Dio?

Il cammino della comunità

         Il cammino di Gesù si apre e si esplicita pure nella vita della comunità cristiana. Il discorso ecclesiale, che l’evangelista Matteo propone al c. 18, può aiutarci a confrontare la vita della nostra comunità, orientando verso un determinato ordine comunitario;

  • L’ordine del farsi piccoli, del non pretendere i primi posti e di rispettare i più deboli (vv.1-11).
  • L’ordine del prendersi cura dei fratelli (la pecora smarrita), del non dire: “non tocca a me” (vv.12-14).
  • L’ordine della correzione vicendevole e del rispetto dell’autorità che ognuno nella comunità esprime (vv.15-18).
  • L’ordine della preghiera comunitaria (vv.19-20).
  • L’ordine del perdono delle offese settanta volte sette (vv.21-35).

19 ottobre 2008

Scuola della Parola 2008_09 (1)

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Tutto io faccio per il Vangelo… (1Cor 9,22-23) 

Scuola della Parola (1)

16 ottobre 2008

 

Siamo alla VI edizione di Scuola della Parola. Ad accompagnarci quest’anno sarà l’apostolo Paolo di cui ricorre il bimillenario della nascita. Pur ascoltando brani delle sue lettere durante la liturgia in realtà Paolo resta figura sconosciuta ai più.

Paolo è colui che per primo ha provato a dare un assetto alla teologia cristiana. Uomo moderno, Paolo, la cui forza risiede proprio nella capacità di tenere insieme da una parte la sua integrità (uomo integro, non rigido) dall’altra l’insicurezza della sua posizione. Uomo complesso, che ben riflette il nostro tempo. Molto diverso da Pietro: segno che il modo di esprimere la fede non è unico ma personale, proprio di ciascuno di noi.

Un uomo che si può incontrare solo nella misura in cui ci si apre all’universalità. Egli appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e romana. Cresciuto in un ambiente familiare, intellettuale e religioso in cui si incrociavano il mondo semitico, quello greco e quello latino, si trovò senz’altro favorito nell’assumere un atteggiamento di apertura ad altri mondi culturali. Forse proprio per questa sua molteplice appartenenza Paolo viene chiamato dal Signore ad essere segno di una salvezza offerta a tutti, giudei o greci. E per fare questo ha accettato il rischio di porsi su una barca instabile pur di raggiungere tutti, gettando una rete nell’oceano abitato da qualunque tipo di pesce, in nome di quell’agàpe che nessuno esclude. Un ministero, quello di Paolo, eterogeneo e accogliente.

Fu lui il massimo artefice dell’apertura della prima comunità cristiana a quelli di fuori. Fu lui a intraprendere un coraggioso tentativo di dialogo culturale con il mondo greco come attesta il suo discorso nell’Areopago (At 17,22-31). Senz’altro uomo di più grandi visioni e dal respiro immenso.

Saulo si racconta: da persecutore a confessore

Chi è Saulo?

È lui stesso a fornirci qualche indicazione qua e là nelle sue lettere:
“Circonciso l’ottavo giorno… ebreo figlio di ebrei; riguardo alla legge, fariseo” (Fil 3,5);
“Io sono nato a Tarso in Cilicia, ma allevato in questa città (Gerusalemme) e istruito ai piedi di Gamaliele per oltre cinque anni nell’esatta conoscenza della legge dei nostri padri, pieno di zelo per Dio” (At 22,3);
“Per zelo, persecutore della Chiesa di Dio, e in quanto alla giustizia della legge, irreprensibile” (Fil 3,6).
Ma tutte queste cose che per me erano un guadagno, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo…” (Fil 3,7-8).
Un forte elemento di rottura fa da spartiacque nella vicenda di Paolo: l’incontro con Gesù di Nazaret sulla via di Damasco segna l’abbandono di tutto il suo passato e l’apertura a nuove prospettive religiose per sé ma anche per gli altri. La sua esistenza nettamente divisa in due da un incontro che lo ha trasformato. Non ha conosciuto come accade alla maggior parte di noi un percorso graduale che è andato perfezionandosi nel tempo. Per lui la prospettiva è mutata radicalmente e per sempre. O il sistema religioso che si rifaceva a Mosè e alla legge o Cristo. Prima era legato anima e corpo al primo campo, dopo Damasco ha sostenuto il secondo contro il primo.
Cosa accadde a Damasco? E chi era il Paolo in cammino verso Damasco?
Uno che, sulle basi di una forte ortodossia religiosa, acquisita a Gerusalemme, intravedeva nel movimento che faceva capo a Gesù di Nazaret un grande rischio per l’identità giudaica. Come era possibile sostenere che per essere giusti davanti a Dio bisognava credere in Gesù Messia crocifisso, che si doveva ritenere solo scandalo e maledizione?
A Damasco accade un riconoscimento: prima ancora che essere Paolo a riconoscere il Signore è il signore stesso che riconosce Paolo. “Saulo, Saulo…”: Paolo si sente riconoscere come persona al di là di quello che egli stava facendo, che sia stato buono o cattivo. Lì, in quell’essere chiamato per nome, c’è tutta la fiducia  di Dio per lui, nonostante andasse a perseguitare i cristiani.
Resterà cieco per tre giorni: un’esperienza di buio per ripensare la sua storia.
Egli scopre di non sapere chi è Dio, nonostante gli studi e tutto il suo impegno nella religione. Altro è Dio. Avrà bisogno di un fratello, Anania, per farsi aiutare a trovare Dio che lo chiama. Anania è il segno che il cambiamento non è solo interiore, in termini solo individualistici, ma all’interno di una comunità dove gli altri non sono accidentali ma fondamentali per aprirsi al Dio rivelato da Gesù. Forse possiamo comprendere da qui l’insistenza di Paolo nell’invitare le comunità a ricercare la comunione fraterna e l’unità.
A Damasco Paolo è chiamato a dare un nome alle sue ombre, alle sue paure, alle sue insicurezze che fino a quel momento erano ben coperte e difese attraverso successi, proiezioni e arroganza. A Damasco Paolo è rimasto davanti a Dio con tutto se stesso, sentendosi chiamato non per quello che aveva realizzato, ma unicamente attraverso la benevolenza di Dio. Questa percezione della scelta gratuita da parte di Dio non lo abbandonerà mai più: amato da Cristo mentre ne era avversario.

A Damasco percepisce che Dio chiama e ama nella debolezza, rendendolo non meno forte di prima, ma più consapevole, docile, disponibile. La sua personalità non è annientata ma riletta. La forza di prima gli permetterà di affrontare pericoli, fatiche, ansie, persecuzioni.

Quell’incontro fa di Paolo il persecutore Paolo il confessore della nuova fede. Verso Damasco persecutore e perseguitato si ritrovano faccia a faccia l’uno con l’altro. Cristo affascina proprio colui che più lo combatteva. Per Paolo resterà chiaro: non è stato lui a convertirsi a Cristo, ma Cristo lo ha convertito a sé. Quel Gesù che egli rifiutava gli si è mostrato agli occhi della sua anima vivo, presente, come uno che gli veniva incontro. Anzi, Gesù si identifica, fa tutt’uno con i credenti in lui: io sono Gesù che tu perseguiti (At 8,5). E se ciò che più ci ostacola custodisse anche per noi una particolare rivelazione di Dio?

In quel momento Paolo comprende tante cose:

·         Dio gli ha mostrato Gesù come suo Figlio, mediatore di una salvezza che non è solo per i giudei ma anche per i pagani;

·         conoscere lui vale più di ogni altra cosa;

·         l’uomo è giusto (occupa cioè il suo vero posto davanti a Dio) solo per grazia e per fede, non già in virtù delle opere che la legge mosaica prescriveva (Fil 3,7-11).

Fino a questo momento il Crocifisso rappresentava per lui solo un povero e miserabile illuso che la sua tragica fine aveva delegittimato di ogni attendibilità, maledetto da Dio agli occhi di tutti gli ebrei che sapevano bene ciò afferma la Scrittura: maledetto chi pende dal legno (Dt 21,26). Lì a Damasco comprende che proprio il maledetto è motivo di benedizione per tutti i pagani.

Messo sulla bilancia da una parte il suo passato di ebreo privilegiato per nascita e per scelte e comportamenti di vita e dall’altra Gesù Cristo e la conoscenza di lui, il piatto pende decisamente verso quest’ultima. La scelta non è tra il meglio e il buono ma tra guadagno e perdita, vantaggio e svantaggio.

A Damasco scopre una diversa scala di valori: ora il segno meno è assegnato alla sua passata posizione di forza e di gloria. Paolo incarna il contadino di Mt 13,44-46; “avendo trovato un tesoro nascosto nel campo… pieno di gioia va a vendere tutto quello che possiede e compra quel campo”. Rinunciando alla giustizia che deriva dalla legge Paolo si ritrova un rapporto con Dio rettificato. Non è l’appartenenza ad un popolo che dice l’appartenenza a Dio. E allora Paolo sceglie di essere posto alla pari di quanti pativano l’handicap nativo della propria esclusione dall’alleanza.

A Damasco Paolo vive una esperienza di grazia che gli restituisce la consapevolezza di essere amato da Gesù Cristo:  questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

A Damasco il persecutore Paolo è trasformato in credente in Cristo e suo apostolo. E non un apostolo qualunque ma apostolo dei gentili (dei pagani) (Gal 1,15-16).

Il Paolo convertito da Cristo non è un uomo irreligioso. Tutt’altro. Il suo pedigree di ebreo è invidiabile. Credente nel Dio unico, fedele osservante delle prescrizioni della legge, persecutore della Chiesa di Dio. I suoi occhi erano luccicanti di fanatismo. Ebreo con la spada in pugno. Gli sta a cuore difendere la causa del suo Dio che ha stabilito un’alleanza con il suo popolo e ha dato una legge da osservare scrupolosamente. Strenuo difensore dello status quo, non senza aggressività e oppositore agguerrito nei confronti di ogni novità. Presente, anche se non attivo, al linciaggio di Stefano (At 7,58; 8,1; 22,20), ad un certo punto appare non tanto come un persecutore ma la persecuzione fatta persona. Non risparmia nessuno: prima la comunità di Gerusalemme, poi quella di Damasco. È addirittura un sanguinario: “io perseguitai a morte questa nuova dottrina” (At 22,4). Si comprende perciò lo stupore e la lode a Dio da parte delle prime comunità quando vengono a sapere che “il nostro persecutore di un tempo ora annuncia quella fede che allora cercava di sradicare, e glorificavano Dio a mio riguardo”. Così scrive lo stesso Paolo in Gal 1,22-23.

Quello di Damasco non è un vero e proprio evento di conversione ma di rivelazione.  E tuttavia il Signore chiese a Paolo altre conversioni.

Dovette imparare a convertirsi ai progetti di Dio, mettendo da parte i propri: avrebbe voluto cominciare la sua missione da Damasco dove Gesù gli si era manifestato, ma gli fu impedito e lo stesso accadrà a Gerusalemme. Nel secondo viaggio missionario avrebbe voluto fermarsi in Asia Minore, ma lo Spirito glielo impedì (At 16,6-7) e lo chiamò in Macedonia.

Dovette poi imparare a convertirsi ai tempi di Dio: dovette attendere anni lui che con foga voleva buttarsi nella missione.

Inoltre dovette imparare a convertirsi ai modi di Dio: anche il fallimento e la personale esperienza di fragilità non erano da considerare materiale di scarto ai fini della realizzazione dell’universale progetto di salvezza.

Damasco rappresenta il tempo della svolta, una vera e propria esperienza di crisi: Paolo sembra essere passato da una sorta di perfezionismo, dove contavano le riuscite, il dovere, l’osservanza dei comandamenti e Dio era piegato al proprio schema mentale, a un diverso modo di comprendere le cose. Se prima era Paolo che con la sua stessa volontà, con la sua irreprensibilità e arroganza gestiva la relazione con Dio, ora egli impara ad affidarsi a Dio e a lasciargli le redini della sua vita.

purché Cristo sia annunciato

Se c’è una espressione che in qualche modo racchiude tutto di Paolo questa la si può ravvisare in Fil 1,18: purché Cristo sia annunciato.

Una vicenda piuttosto complessa quella di Paolo ma con questo unico motivo di fondo: far conoscere Gesù Cristo. La strada è il suo luogo abituale di vita e il viaggio la sua condizione. L’orizzonte è il mondo intero (2Cor 11,23ss). E allora ecco i viaggi per terra e per mare, in regioni montuose e deserte, i naufragi, le persecuzioni, i disagi di ogni tipo. In brevissimo tempo tante le distanze percorse e le comunità fondate. Sa che il vangelo cammina con le gambe dei suoi annunciatori. E dove non può arrivare con le sue gambe affida alle sue lettere non tanto il suo pensiero quanto la sua sollecitudine e il suo amore per le comunità nate sul suo cammino.

Paolo privilegia i grossi centri, le grandi città, i luoghi di snodo. Pur muovendosi continuamente un grande affetto lo legava alle comunità fondate, come testimoniano le sue lettere. Capace di tenere insieme da una parte la vastità dell’impegno e la fretta per raggiungere più luoghi possibili e dall’altra la responsabilità verso le comunità fondate e perciò l’esigenza di fermarsi o di ritornare. Sebbene spesso in movimento mai superficiale, uomo universale e al contempo capace di comunione. Uomo a servizio della comunione tra membro e membro delle singole comunità, tra gruppo e gruppo e soprattutto tra comunità di tipo giudaico e comunità di tipo ellenistico. Favorirà una colletta per i cristiani poveri di Gerusalemme che non è semplicemente un dono ma uno scambio: i cristiani di Gerusalemme condividono la propria ricchezza spirituale e le altre comunità provvedono alle loro necessità materiali. Ognuno dona quello che a sua volta ha ricevuto. Misura del proprio dono il dono di Dio stesso che da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo (1Cor 9,22-23). Paolo è un uomo che ha molto chiara la motivazione su cui gioca la vita (tutto per il Vangelo). Questa consapevolezza è ciò che gli fa vivere nella libertà e con maturità le relazioni interpersonali.

Il suo farsi tutto a tutti non è secondo una logica di superficialità o di svendita della propria personalità, ma è espressione di un amore non selettivoesclusivo interessato. L’unico intento è quello di portare gli altri nella relazione con Gesù e dalla relazione con Gesù arrivare agli altri.

Nel rapporto interpersonale ha dovuto fare i conti con la diffidenza: “venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo” (At 9,26).

Ha poi dovuto imparare a gestire i conflitti: “ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal 2,11).

Ha imparato a stare a contatto con la propria fragilità: “mi è stata messa una spina nella carne… perché io non vada in superbia” (2Cor 12,7).

Ha conosciuto anche la tenerezza delle relazioni: “tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto” (At 20,37-38).

Ha sperimentato e promosso uno stile del prendersi cura: “ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo… Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore” (Fm 1,10-12).

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