a casa di Cornelio, il luogo dove Dio ti precede

30 Novembre 2008

I DOMENICA DI AVVENTO

Archiviato in: Omelie 2008 — antoniosavone @ 7:14 pm

(Is 63,16-17.19; 64,2-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37)
Intanto…

     Si ricomincia. Dio degli inizi, Dio dei cominciamenti è il nostro. Dio delle opportunità rinnovate. E noi ci scopriamo eterni ricomincianti con il nostro Dio.
     Inizia, infatti, un nuovo anno liturgico che accogliamo con stupore e riconoscenza perché Dio non si è ancora stancato di noi concedendoci “ancora un anno” (Lc 13,8). Un anno, del tempo cioè per imparare a riconoscere la larghezza del suo cuore e la generosità del suo perdono. Un anno, del tempo per apprendere la fiducia di Dio. Proprio di fiducia, infatti, parla Mc quando annuncia che prima della sua partenza il Signore ha affidato a ciascuno il suo compito. Dunque anche a me. Un compito per realizzare il quale mi è stato dato anche un potere, cioè un’energia, una forza, una capacità. La vita tutta come occasione per far germogliare la fiducia accordata. Quale consapevolezza mi abita della fiducia a me accordata e del compito e dell’energia a me affidati? Anche Dio dunque vive di attesa: quella di vedere esercitata la cura nei confronti dei beni a noi consegnati.
     E l’anno liturgico comincia sempre con l’Avvento… quando cioè a tema è l’attesa, non quella del Natale ma quella del suo ritorno. Tornerà, certo, alla fine della storia e non per il rendiconto ma per portare a compimento, per accordare ulteriore fiducia, maggiorata stavolta. Tornerà per rovesciare le parti: per farci mettere a tavola e per passare lui stesso a servirci (Lc 12,37). Bella l’immagine di un Dio che aumenta il credito di fiducia e che si fa servo di esistenze spese a favore di altri. Immagine di quelle che ti seducono.

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28 Novembre 2008

Essere fedeli…

Archiviato in: Libri — antoniosavone @ 11:05 am

Credo che sia soprattutto la paura di sprecarsi a sottrarre alle persone le loro forze migliori. Se, dopo un laborioso processo che è andato avanti giorno dopo giorno, riusciamo ad aprirci un varco fino alle sorgenti originarie che abbiamo dentro di noi, e che io chiamerò Dio, e se poi facciamo in modo che questo varco rimanga sempre libero, “lavorando a noi stessi”, allora ci rinnoveremo in continuazione e non avremo più da preoccuparci di dar fondo alle nostre forze.

In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d’irraggiarla sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato.

Bisogna reagire, bisogna sapersi isolare da quel chiasso sterile che si diffonde come una malattia contagiosa.

Essere fedeli a tutto ciò che si è cominciato spontaneamente, a volte fin troppo spontaneamente. Essere fedeli a ogni sentimento, a ogni pensiero che ha cominciato a germogliare. Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori.

Esther o meglio Etty Hillesum è nata nel 1914 in Olanda, dove ha vissuto e scritto. Proprio poco distante da dove ha vissuto e scritto anche Anna Frank. Quando è morta, Etty aveva 29 anni. Era un freddo novembre del 1943. Era da poco arrivata ad Auschwitz.
Di lei restano i Diari (editi da Adelphi). Otto quaderni pieni d’anima. I cristiani la indicano come campione di cristianesimo. Gli ebrei come campione di ebraismo. Io credo che avrebbe preferito essere semplicemente segno della più profonda irriducibile umanità.

Etty HillesumDiario (1941-1943), Adelphi Milano

Scuola della Parola (3)

Archiviato in: Scuola della Parola 2008_09 — antoniosavone @ 10:28 am

Tutto io faccio per il Vangelo… (1Cor 9,22-23)
Prima della creazione del mondo…

27 novembre 2008

     All’inizio della vocazione/rivelazione di Paolo l’incontro personale con Gesù Cristo. Una figura che si è fatta improvvisamente presente, quel giorno sulla via di Damasco, quasi un’irruzione che lo aveva disarcionato fino a prendere ogni giorno di più possesso della sua stessa vita. Una seduzione che gli aveva cambiato l’esistenza, il tesoro per il quale valeva davvero la pena di dare tutto quello che aveva e di fronte al quale ogni altra cosa era ritenuta spazzatura.
     Paolo è letteralmente preso da Cristo Gesù (Fil 3,12). Attraverso di lui una consapevolezza nuova comincia ad abitarlo: quella di essere amato, benedetto ancor prima della creazione del mondo.
    L’iniziativa di Dio sulla via di Damasco dischiude per Paolo una diversa comprensione delle cose: la vita cristiana non consisterà nel fare qualcosa per Dio, nel donare qualcosa a Dio, ma nell’aprirsi ad accogliere un dono e a rispondervi con un’esistenza segnata dalla gratuità. Quella logica ascendente religiosa-sacrificale è stata ribaltata da quel movimento divino che abbiamo imparato a leggere come kènosi, come abbassamento e come donazione, che non esige contraccambi e tantomeno è finalizzato a suscitare un sentimento di reciprocità. Gv 3,16, in quel dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, aveva affermato: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna”.

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23 Novembre 2008

Sognare…

Archiviato in: Riflessioni — antoniosavone @ 8:38 pm

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Capacità di sognare: siamo, come dice un sociologo latino americano, Ruben Alves, “figli del domani”. Chiamati continuamente a superare il muro dell’impossibile per guardare oltre (contemplazione) e riprendere la nostra vita presente vivendo “la nostalgia del domani”. Cercando di costruire, a partire dai nostri comportamenti, il mondo diverso che immaginiamo.

“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”
Don Lorenzo Milani

“L’uomo ha continuato ad evolversi mediante atti di disobbedienza.Non soltanto il suo sviluppo spirituale è stato reso possibile dal fatto che nostri simili hanno osato dire di no ai poteri in atto in nome della propria coscienza e della propria fede, ma anche il suo sviluppo intellettuale è dipeso dalla sua capacità di disobbedire. Se la capacità di disobbedire ha segnato l’inizio della storia umana, può darsi benissimo che l’obbedienza ne provochi la fine.”

XXXIV DOMENICA DEL T.O. – CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Archiviato in: Omelie 2008 — antoniosavone @ 2:44 pm

 

(Ez 34,11-12.15-17; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46)
La laicità del vangelo…

     La laicità del vangelo: sì, vangelo laico quello odierno. Nulla di confessionale o di religioso. Tutto dal versante dell’uomo, della vita, delle relazioni intrattenute. E paradossalmente, proprio perché tutto dal versante dell’uomo, anche tutto dal versante di Dio. Il senso della vita in quello che siamo stati capaci di condividere con fratelli e sorelle in umanità. E noi che per anni abbiamo teorizzato cosa fare finalmente per avere accesso a Dio.
     Anche alla fine il Signore Gesù non cessa di sorprenderci. Di domenica in domenica abbiamo provato a seguirne le orme accogliendo di volta in volta la bellezza e il fascino di una parola che mentre ci rivelava il volto di un Dio che si fida dell’uomo ci portava fuori dal nostro piccolo cabotaggio.
     Ora, all’ultimo appuntamento dell’anno liturgico, ci aspetteremmo chissà quale consegna, chissà quale messaggio. E lui, ancora una volta, anche stavolta, con la forza sorprendente della sua parola ci consegna una lettura della storia a partire dalla fine. E così racchiude tutto in cinque parole: lo avete fatto a me. Tutto qui. Al centro l’amore: un amore declinato attraverso il prendersi cura, l’avere occhi, gesti, mani, attenzione per chiunque incrocia i nostri passi facendosi mendicante. Ecco ciò che rimane, ciò che è definitivo, ciò che conta e ciò per cui vale la pena spendere la propria vita.

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16 Novembre 2008

XXXIII DOMENICA DEL T.O.

Archiviato in: Omelie 2008 — antoniosavone @ 8:12 pm

(Pro 31,10-13.19-20.30-31; 1Ts 5,1-6; Mt 25,14-30)
Fiducia, fedeltà e rischio…

La vita, la sequela, il discepolato, l’esperienza della comunità cristiana, questo stesso ritrovarci in assemblea… un credito di fiducia aperto da Dio a nostro favore.
Al termine dell’anno liturgico e in una situazione storica come la nostra segnata da non poche preoccupazioni di fronte a gravi segni di disgregazione, a rileggerci è la splendida pagina della fiducia di Dio e ci annuncia che egli non è ancora stanco di questa umanità alla quale di nuovo, ancora, affida i suoi beni più cari.
Dio si fida e perciò si affida, all’uomo, a questo uomo che sono io, secondo la mia capacità.

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14 Novembre 2008

IL RACCONTO

Archiviato in: Libri, Poesie — antoniosavone @ 6:45 pm

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Solo uomini
cui non toccò mai
l’avventura di amare
né il brivido
d’innamorarsi
oseranno dire
sempre uguale, monotono,
il racconto misterioso
del torrente dei monti.

Angelo Casati

9 Novembre 2008

XXXII DOMENICA DEL T.O. – DEDICAZIONE BASILICA LATERANENSE

Archiviato in: Omelie 2008 — antoniosavone @ 8:13 pm

(Ez 47, 1-2.8-9.12; Sal 45; ICor 3, 9c-11.16-17; Gv 2, 13-22)

Dio non si compra…

Una liturgia – questa della Dedicazione – che da una parte riconosce e celebra la presenza di Dio in uno spazio circoscritto e dall’altra allarga prospettive irreversibili.
Racconta un sogno questa liturgia: non imprigionare Dio. Dio è qui ma anche altrove. Dio è più grande di queste pareti e più grande dello spazio che una istituzione ecclesiastica gli conferisce. Dio è oltre le nostre parole, oltre le nostre definizioni come è oltre i nostri spazi: questi, semmai, sono solo sacramento di lui, segno di lui. E noi, di domenica in domenica veniamo qui proprio a farci discepoli di un Dio che riconosciamo e incontriamo presente in quest’assemblea e nondimeno abita anche i nostri spazi. Veniamo qui per non perdere questa memoria. In guardia, dunque, dalla tentazione di circoscrivere, di restringere, ridurre.

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7 Novembre 2008

Scuola della Parola (2)

Archiviato in: Scuola della Parola 2008_09 — antoniosavone @ 10:13 pm

Tutto io faccio per il Vangelo… (1Cor 9,22-23)

Gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù…

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Fil 2,1-11

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto  derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci  sono sentimenti di amore e di compassione,  2 rendete piena la  mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i  medesimi sentimenti.  3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per  vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri  superiori a se stesso,  4 senza cercare il proprio interesse, ma anche  quello degli altri. 

 5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

  6 il quale, pur essendo di natura divina,

 non considerò un tesoro geloso

 la sua uguaglianza con Dio;

  7 ma spogliò se stesso,

 assumendo la condizione di servo

 e divenendo simile agli uomini;

 apparso in forma umana,

  8 umiliò se stesso

 facendosi obbediente fino alla morte

 e alla morte di croce.

  9 Per questo Dio l’ha esaltato

 e gli ha dato il nome

 che è al di sopra di ogni altro nome;

  10 perché nel nome di Gesù

  ogni ginocchio si pieghi

 nei cieli, sulla terra e sotto terra;

  11 e  ogni lingua proclami

 che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

 

 

6 novembre 2008

Paolo scrive dalla prigione in cui si trova recluso e propone alla comunità cristiana di Filippi il cammino di Gesù facendo comprendere loro che anzitutto anche Gesù ha conosciuto l’esperienza del camminare, del progredire: un cammino che parte da Dio, giunge alla condizione di schiavo per poi fare ritorno a Dio nell’esperienza della gloria. Il brano di Filippesi che abbiamo proclamato mette in luce proprio le tappe di questo cammino. Anche Gesù ha una sua storia e questa storia è riletta da Paolo in un arco che va dalla preesistenza all’incarnazione alla vita terrena alla morte in croce alla glorificazione.

la vita cristiana: avere gli stessi sentimenti del Figlio

Cosa vuol dire essere discepoli per Paolo? Cosa vuol dire essere credenti? Paolo riassume il senso della vita cristiana in un itinerario di progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo verso il Padre.

Il cammino di ciascuno di noi si può compiere solo non distogliendo lo sguardo dall’icona di Cristo che si dona totalmente al Padre e ai fratelli.

Questo itinerario – perché di itinerario si tratta e non di una realtà acquisita una volta per tutte – tende a creare nel credente quella stessa totale disponibilità o quel sentimento di amore immenso che ha spinto il Figlio a farsi uomo, a divenire servo, umile e obbediente, libero di dare la vita per amore. Così è l’uomo pensato secondo Dio per Paolo.

Non è un culto a qualificare la nostra relazione con Dio, non è neanche lo zelo apostolico e missionario; non è neppure il rincorrere una propria perfezione personale. Paolo mette al centro il modello di una persona vivente, i suoi sentimenti e i suoi desideri, il suo modo di vivere e il suo coraggio di morire.

Paolo, rivolgendosi ai Filippesi, li esorta al sentire: “cercate di avere lo stesso modo di sentire… unanimi e uniti nel modo di sentire” (2,2). Non un sentire vago ma quello che è stato di Cristo Gesù (2,5). Se Paolo li esorta a questo è perché il loro atteggiamento quotidiano sembra contraddire quanto egli sta riproponendo. A partire dal sentire di Gesù i Filippesi sono spronati a non rimanere imbrigliati in tensioni, conflitti e rivalità che non consentono all’amore di regnare nella comunità. Le ragioni perché questo debba essere perseguito sono diverse:

  • - hanno già sperimentato la consolazione che viene dal Signore Gesù il quale conferma e rallegra il cammino dei discepoli;
  • - l’amore reciproco è un vero e proprio conforto;
  • - la presenza dello Spirito è fonte e motivo di comunione nella diversità;
  • - tra i fratelli della comunità e tra questi e Paolo c’è un legame di affetto.

Se questo è il punto di partenza è possibile addirittura gustare la pienezza della gioia nella misura in cui tutti cercano lo stesso sentire. L’unità da perseguire non è di tipo formale ma è quella che salvaguardando le diversità di ognuno vive le relazioni nell’amore vicendevole. C’è qualcosa che tutti ci accomuna: l’amore del Signore Gesù.

È possibile vivere relazioni fraterne nella misura in cui si è consapevoli della propria misura, della propria debolezza, della propria fragilità. Relazioni da decentrati, disposti a sostenere l’altro.

Non è generico questo modello di vita, ma un modo particolare di seguire Gesù, il modo della kénosi. La kènosi come simbolo e come cifra interpretativa dell’esistere e del morire per amore, del non tenere gelosamente per sé nulla, neppure la relazione privilegiata e unica con il Padre, ma il pensarsi unicamente e in tutti i sensi come dono, fino a pensare la stessa morte come dono e a decidere di far dono della vita.

Così è Dio. Così è l’uomo. I sentimenti, infatti, esprimono forse la parte più umana del nostro io, dal momento che ne rivelano sogni e motivazioni, spesso sono istintivi, immediati, passeggeri, fugaci. Tuttavia, se evangelizzati possono divenire espressione di una conversione di vita. La vita da credenti non è per chi ha soppresso istinti e pulsioni ma per chi lascia che tutto ciò sia illuminato dalla luce misteriosa dello Spirito.

I sentimenti svelano il nostro lato debole, quello che il più delle volte non giunge al vaglio della riflessione e nondimeno sono forse l’aspetto che più esprime quello che ognuno è, quello che porta nel cuore. Se, infatti, riusciamo a controllare parole e gesti (evangelizzazione dei comportamenti) ma non possiamo impedirci di provare i sentimenti, i quali ci dicono se e fino a che punto ci stiamo identificando con il cuore del Signore Gesù, con la sua passione di amore, con il suo Vangelo.

Non è credente né evangelica quella vita cristiana che non arriva a toccare, trasformare ed evangelizzare non anzitutto i valori proclamati o i comportamenti visibili, ma anche sentimenti, desideri, disposizioni interiori, progetti, simpatie, gusti, attrazioni… ad immagine del Figlio che si consegna per amore.

Troppa predicazione cristiana ha posto l’accento sulla novità di gesti e di comportamenti senza dare la necessaria attenzione all’interno, al cuore, al sentire profondo, alle motivazioni del proprio agire. E alla fine ci si è ritrovati con credenti puntuali nell’eseguire gli ordini ma incapaci di passione.

Se si deve formare il cuore umano perché impari ad amare il cuore di Dio, è  ovvio che il processo non può che durare tutta la vita. Il cuore non può essere costretto ma può essere educato a scoprire la grandezza della chiamata e la bellezza della proposta. Avere gli stessi sentimenti di Gesù non vuol dire una esteriore imitazione, ma alla luce della sua esperienza scoprire la propria identità.

La fede, nella sua dimensione più matura, è scelta di conformazione, non semplice appartenenza ideologica: diventare come il Figlio, questa è la meta di ogni vita cristiana.

E il contesto è quello di una comunità ove sperimentare ed esprimere l’amore che si fa servizio e misericordia, una comunità il cui stile conferma i tratti tipici della kènosi, come l’umiltà, la povertà, l’obbedienza vicendevole.

Il processo del cammino di liberazione è costruito sul modello pasquale: morte, discesa agli inferi, resurrezione.

Il cammino di liberazione comincia sempre con la presa di coscienza della propria schiavitù. C’è una morte da affrontare: occorre lasciarsi destrutturare nel proprio modo di pensarsi e di agire.

 

Il cammino di Gesù

Alla pari di Dio…

La sua condizione di partenza: il Signore Gesù esisteva in una condizione divina che gli apparteneva, gli spettava di diritto, gli era propria. Era la sua natura reale quella di essere nella condizione di Dio. Nella sua preesistenza Gesù condivideva con Dio le sue stesse modalità di essere, sottratto cioè ai limiti e ai condizionamenti dell’esistenza umana.

Se questa era la sua condizione quale il rapporto stabilito da Gesù con essa? Non considerò una preda il suo essere alla pari di Dio. È il rovescio della pretesa di Adamo, che si illuse di poter rapire l’essere come Dio, le sue stesse prerogative (Gn 3,5). Il cammino di Gesù è a rovescio del cammino di Adamo, del cammino dell’umanità: se da un lato abbiamo un uomo che cerca in tutti i modi di innalzarsi fino a Dio, per poter disporre delle sue prerogative, dall’altra abbiamo il cammino del Figlio di Dio che spogliandosi della sua condizione divina accetta di condividere, scendendo, l’umile misura dell’uomo. Il cammino dell’uomo e il cammino del Figlio di Dio: l’alternativa è tra arroganza/pretesa da una parte e dono/condivisione dall’altra.

Non un tesoro geloso: l’essere come Dio da parte di Gesù è stato vissuto, infatti come solidarietà e condivisione. È da questa prospettiva che ha inizio il mistero dell’Incarnazione come è da questa prospettiva che va letta tutta la vicenda umana di Gesù. L’uomo Gesù manifesta quale modo di ragionare ci sia in Dio. Francesco coglierà molto bene questo stile quando scriverà: Nulla di voi trattenete per voi affinché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si dona.

La vita “spezzata” dell’uomo Gesù non è stata nient’altro se non la traduzione di un modo di ragionare (ne parliamo per analogia, s’intende) fatto mentre esisteva nella condizione di Dio. In gioco non c’è solo l’uomo Gesù e il suo modo di vivere. In gioco c’è una teologia, un modo di pensare Dio e di pensarsi di Dio: Gesù non ha tenuto per sé il suo essere alla pari di Dio. Dio si manifesta solo in termini di dono. Gesù ne è la rivelazione compiuta.

 

Svuotò se stesso

L’incarnazione è letta da Paolo come lo svuotamento di Dio, la kènosi di Dio. Il verbo ekenosen esprime la spogliazione: vuoto come un deserto o come una città spopolata: completamente.

Per diventare l’uomo ha rinunciato completamente alle sue prerogative divine che gli spettavano di diritto ma che lo avrebbero reso comunque diverso. I diritti divini lo avrebbero sottratto senz’altro all’esperienza del limite, della debolezza, della sofferenza e della morte stessa. Ma a questo Gesù ha preferito una condivisione totale della stessa condizione dell’uomo. Uomo comune, normale, come tutti. “Identico agli altri nella natura come pure nell’aspetto e nel comportamento” (B. Maggioni). E tuttavia sul piatto della bilancia non c’è la condizioni di Dio e la condizione di uomo. La vicenda di Gesù attesta un ulteriore sbilanciamento: la condizione di servo. Da Dio a servo: ecco il paradosso dell’incarnazione. A Paolo interessa rileggere come Gesù è stato nella condizione di uomo. Da servo (doulos), cioè nella condizione sociale inferiore, di sottomissione e di servizio.

Dio esce da sé: l’uscita da sé per essere nell’altro è l’espressione più profonda dell’amore di Dio. Il regime del privilegio condanna alla solitudine, quello dello svuotamento apre alla comunione. Non c’è relazione con l’altro nella verità se non nello spogliamento. Da ricco che era si è fatto povero per noi, dirà Paolo in 2Cor 8,9.

Tutto questo, ancor prima di una nostra risposta, nella gratuità più assoluta. Il Figlio si è svuotato  non per dei credenti ma per dei nemici. Per Paolo questo sarà un tema continuamente frequentato: la relazione tra Dio e l’uomo è asimmetrica. “Mentre eravamo peccatori, Cristo è morto per gli empi…” (Rm 5,6-10).

Dio ha intrapreso il suo cammino verso di noi non nella certezza della nostra conversione ma nell’amore di chi assume l’altro nella sua totale alterità. Questa gratuità precede la nostra risposta ed è svincolata da essa.

 

Umiliò se stesso

Si fece tapino – piegato al suolo e di modesta condizione – diventando servo e facendosi obbediente. Servo, umile e obbediente: è da questa angolatura che si comprende l’esistenza terrena di Gesù. Egli scelse di stare con gli altri, alla pari, al loro livello, nel servizio invece che nel dominio, piegandosi invece che ponendosi al di sopra. Dunque non solo alla pari, ma un gradino più sotto. Dal basso. Umile Gesù lo è diventato attraverso le umiliazioni subite: imparò l’obbedienza dalle cose che patì (Eb 5,8). Paolo lo aveva appena richiamato: ognuno di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stessi. Umiltà come stile.

 

Facendosi obbediente

Chi obbedisce è colui che si pone in ascolto. In ascolto del Padre, senz’altro. Ma credo possiamo aggiungere: in ascolto di chiunque. In ascolto fino alla morte e alla morte di croce. In ascolto per tutta la vita: dal suo nascere al suo morire. Ma fu anche in ascolto a tal punto da dare la vita: tanto in ascolto da non tirarsi indietro neanche di fronte alla morte. La vicenda umana di Gesù riletta secondo la categoria dell’ascolto sottomesso, di chi continua a dare credito. Tante potevano essere le categorie da cui rileggerla e, invece, l’inno evidenzia proprio l’obbedienza.

 

Fino alla morte di croce

Anche la croce riconosciuta come luogo veritativo entro il quale continuare ad esprimere il suo essere fedele al Padre e solidale con i fratelli. La croce è l’esperienza nella quale Gesù attesta fino a che punto ha scelto di condividere la condizione degli uomini. Non solo. Essa attesta altresì l’uomo del quale Gesù si è fatto solidale, l’uomo malfattore, l’ultimo degli uomini, colui che è maledetto: maledetto chi pende dal legno (Dt 21,33). Muore da scomunicato, nella lettura degli uomini muore da maledetto da Dio che lo ha abbandonato. Dio nel luogo in cui è ritenuto assente, luogo dei senza Dio. Ecco fino a che punto Gesù ha rinunciato alla sua condizione di Dio per assumere quella di uomo.

La croce non è un incidente di percorso nell’esistenza di Gesù, quasi un esito inatteso. Essa rappresenta piuttosto “il logico approdo e la piena manifestazione del precedente ‘umiliò se stesso, fattosi obbediente’” (B. Maggioni). Messa in conto l’eventualità che uno stile di vita come quello di Gesù potesse comportare un essere strappato dal mondo con violenza.

Se Dio si manifesta anche lì, anche così, il nostro immaginario su di lui è da rivisitare. L’esperienza dell’ignominia e dell’umiliazione non sono da maledire: anche in esse è dischiusa una rivelazione.

I primi credenti, Paolo compreso, sono risaliti dall’esperienza della croce e hanno ricostruito la vicenda di Gesù a ritroso. Rileggendola hanno provato a comprendere a quale disegno corrispondesse, a che cosa fosse conforme, se è vero che Gesù si è presentato come la parola ultima e definitiva di Dio.

 

Per questo Dio lo ha esaltato

Dio dice sì ad una esistenza come quella del Figlio. Lo aveva già affermato al Battesimo al giordano: in te mi sono compiaciuto. Dio si è manifestato così e questo non può che suscitare stupore e lode: ecco il senso di quell’”a gloria di Dio”.

 

Ogni ginocchio si pieghi

Il cammino del Figlio dalla preesistenza alla morte di croce era teso alla riconciliazione degli uomini con Dio. Sulla croce Gesù lo aveva riconosciuto: Tutto è compiuto. Ora tutti sanno chi è Dio.

Il cammino del discepolo

Abbiamo contemplato il cammino di Gesù, una storia fatta di tappe diverse: preesistenza, incarnazione, vita terrena, morte di croce, glorificazione, tutto a gloria del Padre.

Quello che vorrei proporvi, è di ripensare alla nostra esistenza cristiana, lasciandoci ispirare dal cammino di Gesù, cantato nell’inno di Fil 2, 5-11. Mi permetto di darvi delle semplici indicazioni per un confronto tra la vicenda di Gesù ed il personale cammino di discepolato.

Questo confronto, tuttavia, non va fatto collocandoci esclusivamente nella prospettiva che intercorre tra modello/imitazione, ma nella profondità dell’essere in Cristo. È quanto viene espresso nel v. 5.

La traduzione liturgica della CEI così si esprime: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Questa traduzione propone lo schema modello/imitazione. Cristo è il modello e noi suoi discepoli siamo chiamati a mettere in pratica i suoi atteggiamenti, sentimenti, comportamenti. Secondo questo modo di intendere la vita cristiana, il rapporto con il Cristo rimane alquanto estrinseco e rischia di ridurre l’esistenza di fede a semplice cammino etico.

La nuova traduzione della CEI recita così: Abbiate fra di voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Si potrebbe anche tradurre: Sentite tra di voi ciò che anche in Cristo Gesù (conviene sentire). Qui si pone in evidenza l’essere in Cristo. Si invitano i discepoli ad avere gli uni per gli altri i sentimenti che derivano dal fatto di essere in Cristo Gesù. L’inno invita chi lo canta ad avere quei sentimenti e quegli atteggiamenti che uno è chiamato ad avere dove Gesù Cristo è determinante, dove egli esercita la sua sovranità e dove il discepolo è chiamato a vivere nel modo in cui egli ha vissuto.

In questo secondo schema, Gesù Cristo non è propriamente proposto come modello, ma piuttosto come fondamento della vita cristiana, nella quale, per il battesimo e la fede, il discepolo dimora e dalla quale, per l’operazione dello Spirito, trae la comprensione di sé.

Sollecitazioni per un confronto di conversione personale

Preesistenza

Cristo pensa a farsi uomo. Dio pensa a farsi dono all’uomo. Il cristiano nel battesimo è nascosto con Cristo in Dio. Attraverso di esso l’uomo, per lo Spirito, diviene, nel Figlio unigenito, figlio del Padre. Quanto è presente in me il desiderio di essere in Cristo Gesù? In Cristo, Dio si fa uomo, perché l’uomo divenga dio per partecipazione, afferma un antichissimo assioma patristico. Quanto desidero tutto ciò?

Incarnazione

Cristo spoglia se stesso della forma Dei e assume la forma dello schiavo. Io, vivendo in Cristo come suo discepolo, ho il desiderio di essere svuotato? Da quale forma desidero essere svuotato? Quali situazioni, fatti, persone, mi hanno spronato o costretto a svuotarmi?

Vita terrena

Cristo vive la sua vicenda terrena nell’umiltà e nell’obbedienza. Sta sottomesso al disegno del Padre e si pone a servizio dell’ultimo tra i fratelli. Come vivo da cristiano la mia vita quotidiana? Quali sono i desideri che mi attraversano maggiormente? Le mie azioni sono umili e obbedienti?

Croce

Per Gesù Cristo la croce è adorazione del Padre e condivisione della vita e del destino di morte dell’uomo. Cos’è per me cristiano la croce del Signore nella mia vita quotidiana? Il crocifisso vive nell’adorazione e nella condivisione, ed io?

Glorificazione

Il soggetto della glorificazione di Gesù è Dio Padre, solo lui dona il nome, la signoria e la gloria. Sono aperto alla dimensione escatologica della vita cristiana? Tento di vedere le realtà quotidiane, anche dall’alto, ossia dal punto di vista di Dio?

Il cammino della comunità

         Il cammino di Gesù si apre e si esplicita pure nella vita della comunità cristiana. Il discorso ecclesiale, che l’evangelista Matteo propone al c. 18, può aiutarci a confrontare la vita della nostra comunità, orientando verso un determinato ordine comunitario;

  • L’ordine del farsi piccoli, del non pretendere i primi posti e di rispettare i più deboli (vv.1-11).
  • L’ordine del prendersi cura dei fratelli (la pecora smarrita), del non dire: “non tocca a me” (vv.12-14).
  • L’ordine della correzione vicendevole e del rispetto dell’autorità che ognuno nella comunità esprime (vv.15-18).
  • L’ordine della preghiera comunitaria (vv.19-20).
  • L’ordine del perdono delle offese settanta volte sette (vv.21-35).

3 Novembre 2008

L’ottavo giorno della settimana

Archiviato in: Libri — antoniosavone @ 8:05 am

Amare e morire derivano dallo stesso sapere, vanno di pari passo. Si tratta di due bagliori che formano un unico fuoco, ed è probabilmente per questo che amiamo così poco, così male: bisognerebbe che acconsentissimo alla nostra disfatta. Occorrerebbe perdere e rinunciare a tutto, anche ai guadagni di tale perdita. Soltanto con l’amore – la delicatezza d’una mano, la lentezza di una voce o il tormento d’uno sguardo – ogni cosa, tutto, ritrova il suo posto nel centro deperibile di se stessa: l’eternità è la parte più friabile del corpo.[...] E’ nell’abbandono che diventiamo principi, e nel fulgore di morire che scopriamo il più nobile fulgore dell’amore.

Christian Bobin

L’ottavo giorno non è un tempo, ed è tuttavia “il tempo” sempre tacitamente presente, necessario a vivere il senso di un frangente che è vita, la più fonda, la più vera. Parallelo al silenzio, contiene tutto l’ineffabile, ma insieme avvolge ogni parola, la sua anima, ogni evento, ogni passaggio. L’ottavo giorno è la fine, la consumazione, la trasfigurazione, e insieme il principio, l’origine, la bellezza e l’incanto, la pienezza e il vuoto che la fa risaltare.

Christian Bobin, dal libro L’ottavo giorno della settimana, edizione Servitium 2008

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