a casa di Cornelio, il luogo dove Dio ti precede

31 Ottobre 2008

Essere uomini e donne del vento…

Archiviato in: Uomini e profeti — antoniosavone @ 5:20 pm

Essere uomini e donne del vento significa ap­partenere alla razza di coloro che scrutano il cielo e la terra a tutto campo, non intristiti dal­l’arroganza del “possesso” della verità, ancora capaci di “rendersi conto” di ciò che accade, non sequestrati da alcuna appartenenza, uomini e donne in movimento, nel movimento del ven­to dello Spirito, unica appartenenza. Pronti ad entrare nel territorio dell’altro. Non ad occupa­re, ma a sorprendere e a sorprendersi. Nella ca­sa dell’altro a sorprendere i segni, a innamorar­si delle tracce, a scoprire il volto della grazia.

don Angelo Casati, parroco di S.Giovanni in Laterano a Milano

19 Ottobre 2008

Scuola della Parola 2008_09 (1)

Archiviato in: Scuola della Parola 2008_09 — antoniosavone @ 5:18 pm

Tutto io faccio per il Vangelo… (1Cor 9,22-23) 

Scuola della Parola (1)

16 ottobre 2008

 

Siamo alla VI edizione di Scuola della Parola. Ad accompagnarci quest’anno sarà l’apostolo Paolo di cui ricorre il bimillenario della nascita. Pur ascoltando brani delle sue lettere durante la liturgia in realtà Paolo resta figura sconosciuta ai più.

Paolo è colui che per primo ha provato a dare un assetto alla teologia cristiana. Uomo moderno, Paolo, la cui forza risiede proprio nella capacità di tenere insieme da una parte la sua integrità (uomo integro, non rigido) dall’altra l’insicurezza della sua posizione. Uomo complesso, che ben riflette il nostro tempo. Molto diverso da Pietro: segno che il modo di esprimere la fede non è unico ma personale, proprio di ciascuno di noi.

Un uomo che si può incontrare solo nella misura in cui ci si apre all’universalità. Egli appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e romana. Cresciuto in un ambiente familiare, intellettuale e religioso in cui si incrociavano il mondo semitico, quello greco e quello latino, si trovò senz’altro favorito nell’assumere un atteggiamento di apertura ad altri mondi culturali. Forse proprio per questa sua molteplice appartenenza Paolo viene chiamato dal Signore ad essere segno di una salvezza offerta a tutti, giudei o greci. E per fare questo ha accettato il rischio di porsi su una barca instabile pur di raggiungere tutti, gettando una rete nell’oceano abitato da qualunque tipo di pesce, in nome di quell’agàpe che nessuno esclude. Un ministero, quello di Paolo, eterogeneo e accogliente.

Fu lui il massimo artefice dell’apertura della prima comunità cristiana a quelli di fuori. Fu lui a intraprendere un coraggioso tentativo di dialogo culturale con il mondo greco come attesta il suo discorso nell’Areopago (At 17,22-31). Senz’altro uomo di più grandi visioni e dal respiro immenso.

Saulo si racconta: da persecutore a confessore

Chi è Saulo?

È lui stesso a fornirci qualche indicazione qua e là nelle sue lettere:
“Circonciso l’ottavo giorno… ebreo figlio di ebrei; riguardo alla legge, fariseo” (Fil 3,5);
“Io sono nato a Tarso in Cilicia, ma allevato in questa città (Gerusalemme) e istruito ai piedi di Gamaliele per oltre cinque anni nell’esatta conoscenza della legge dei nostri padri, pieno di zelo per Dio” (At 22,3);
“Per zelo, persecutore della Chiesa di Dio, e in quanto alla giustizia della legge, irreprensibile” (Fil 3,6).
Ma tutte queste cose che per me erano un guadagno, io le ho stimate invece una perdita per amore di Cristo…” (Fil 3,7-8).
Un forte elemento di rottura fa da spartiacque nella vicenda di Paolo: l’incontro con Gesù di Nazaret sulla via di Damasco segna l’abbandono di tutto il suo passato e l’apertura a nuove prospettive religiose per sé ma anche per gli altri. La sua esistenza nettamente divisa in due da un incontro che lo ha trasformato. Non ha conosciuto come accade alla maggior parte di noi un percorso graduale che è andato perfezionandosi nel tempo. Per lui la prospettiva è mutata radicalmente e per sempre. O il sistema religioso che si rifaceva a Mosè e alla legge o Cristo. Prima era legato anima e corpo al primo campo, dopo Damasco ha sostenuto il secondo contro il primo.
Cosa accadde a Damasco? E chi era il Paolo in cammino verso Damasco?
Uno che, sulle basi di una forte ortodossia religiosa, acquisita a Gerusalemme, intravedeva nel movimento che faceva capo a Gesù di Nazaret un grande rischio per l’identità giudaica. Come era possibile sostenere che per essere giusti davanti a Dio bisognava credere in Gesù Messia crocifisso, che si doveva ritenere solo scandalo e maledizione?
A Damasco accade un riconoscimento: prima ancora che essere Paolo a riconoscere il Signore è il signore stesso che riconosce Paolo. “Saulo, Saulo…”: Paolo si sente riconoscere come persona al di là di quello che egli stava facendo, che sia stato buono o cattivo. Lì, in quell’essere chiamato per nome, c’è tutta la fiducia  di Dio per lui, nonostante andasse a perseguitare i cristiani.
Resterà cieco per tre giorni: un’esperienza di buio per ripensare la sua storia.
Egli scopre di non sapere chi è Dio, nonostante gli studi e tutto il suo impegno nella religione. Altro è Dio. Avrà bisogno di un fratello, Anania, per farsi aiutare a trovare Dio che lo chiama. Anania è il segno che il cambiamento non è solo interiore, in termini solo individualistici, ma all’interno di una comunità dove gli altri non sono accidentali ma fondamentali per aprirsi al Dio rivelato da Gesù. Forse possiamo comprendere da qui l’insistenza di Paolo nell’invitare le comunità a ricercare la comunione fraterna e l’unità.
A Damasco Paolo è chiamato a dare un nome alle sue ombre, alle sue paure, alle sue insicurezze che fino a quel momento erano ben coperte e difese attraverso successi, proiezioni e arroganza. A Damasco Paolo è rimasto davanti a Dio con tutto se stesso, sentendosi chiamato non per quello che aveva realizzato, ma unicamente attraverso la benevolenza di Dio. Questa percezione della scelta gratuita da parte di Dio non lo abbandonerà mai più: amato da Cristo mentre ne era avversario.

A Damasco percepisce che Dio chiama e ama nella debolezza, rendendolo non meno forte di prima, ma più consapevole, docile, disponibile. La sua personalità non è annientata ma riletta. La forza di prima gli permetterà di affrontare pericoli, fatiche, ansie, persecuzioni.

Quell’incontro fa di Paolo il persecutore Paolo il confessore della nuova fede. Verso Damasco persecutore e perseguitato si ritrovano faccia a faccia l’uno con l’altro. Cristo affascina proprio colui che più lo combatteva. Per Paolo resterà chiaro: non è stato lui a convertirsi a Cristo, ma Cristo lo ha convertito a sé. Quel Gesù che egli rifiutava gli si è mostrato agli occhi della sua anima vivo, presente, come uno che gli veniva incontro. Anzi, Gesù si identifica, fa tutt’uno con i credenti in lui: io sono Gesù che tu perseguiti (At 8,5). E se ciò che più ci ostacola custodisse anche per noi una particolare rivelazione di Dio?

In quel momento Paolo comprende tante cose:

·         Dio gli ha mostrato Gesù come suo Figlio, mediatore di una salvezza che non è solo per i giudei ma anche per i pagani;

·         conoscere lui vale più di ogni altra cosa;

·         l’uomo è giusto (occupa cioè il suo vero posto davanti a Dio) solo per grazia e per fede, non già in virtù delle opere che la legge mosaica prescriveva (Fil 3,7-11).

Fino a questo momento il Crocifisso rappresentava per lui solo un povero e miserabile illuso che la sua tragica fine aveva delegittimato di ogni attendibilità, maledetto da Dio agli occhi di tutti gli ebrei che sapevano bene ciò afferma la Scrittura: maledetto chi pende dal legno (Dt 21,26). Lì a Damasco comprende che proprio il maledetto è motivo di benedizione per tutti i pagani.

Messo sulla bilancia da una parte il suo passato di ebreo privilegiato per nascita e per scelte e comportamenti di vita e dall’altra Gesù Cristo e la conoscenza di lui, il piatto pende decisamente verso quest’ultima. La scelta non è tra il meglio e il buono ma tra guadagno e perdita, vantaggio e svantaggio.

A Damasco scopre una diversa scala di valori: ora il segno meno è assegnato alla sua passata posizione di forza e di gloria. Paolo incarna il contadino di Mt 13,44-46; “avendo trovato un tesoro nascosto nel campo… pieno di gioia va a vendere tutto quello che possiede e compra quel campo”. Rinunciando alla giustizia che deriva dalla legge Paolo si ritrova un rapporto con Dio rettificato. Non è l’appartenenza ad un popolo che dice l’appartenenza a Dio. E allora Paolo sceglie di essere posto alla pari di quanti pativano l’handicap nativo della propria esclusione dall’alleanza.

A Damasco Paolo vive una esperienza di grazia che gli restituisce la consapevolezza di essere amato da Gesù Cristo:  questa vita che vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

A Damasco il persecutore Paolo è trasformato in credente in Cristo e suo apostolo. E non un apostolo qualunque ma apostolo dei gentili (dei pagani) (Gal 1,15-16).

Il Paolo convertito da Cristo non è un uomo irreligioso. Tutt’altro. Il suo pedigree di ebreo è invidiabile. Credente nel Dio unico, fedele osservante delle prescrizioni della legge, persecutore della Chiesa di Dio. I suoi occhi erano luccicanti di fanatismo. Ebreo con la spada in pugno. Gli sta a cuore difendere la causa del suo Dio che ha stabilito un’alleanza con il suo popolo e ha dato una legge da osservare scrupolosamente. Strenuo difensore dello status quo, non senza aggressività e oppositore agguerrito nei confronti di ogni novità. Presente, anche se non attivo, al linciaggio di Stefano (At 7,58; 8,1; 22,20), ad un certo punto appare non tanto come un persecutore ma la persecuzione fatta persona. Non risparmia nessuno: prima la comunità di Gerusalemme, poi quella di Damasco. È addirittura un sanguinario: “io perseguitai a morte questa nuova dottrina” (At 22,4). Si comprende perciò lo stupore e la lode a Dio da parte delle prime comunità quando vengono a sapere che “il nostro persecutore di un tempo ora annuncia quella fede che allora cercava di sradicare, e glorificavano Dio a mio riguardo”. Così scrive lo stesso Paolo in Gal 1,22-23.

Quello di Damasco non è un vero e proprio evento di conversione ma di rivelazione.  E tuttavia il Signore chiese a Paolo altre conversioni.

Dovette imparare a convertirsi ai progetti di Dio, mettendo da parte i propri: avrebbe voluto cominciare la sua missione da Damasco dove Gesù gli si era manifestato, ma gli fu impedito e lo stesso accadrà a Gerusalemme. Nel secondo viaggio missionario avrebbe voluto fermarsi in Asia Minore, ma lo Spirito glielo impedì (At 16,6-7) e lo chiamò in Macedonia.

Dovette poi imparare a convertirsi ai tempi di Dio: dovette attendere anni lui che con foga voleva buttarsi nella missione.

Inoltre dovette imparare a convertirsi ai modi di Dio: anche il fallimento e la personale esperienza di fragilità non erano da considerare materiale di scarto ai fini della realizzazione dell’universale progetto di salvezza.

Damasco rappresenta il tempo della svolta, una vera e propria esperienza di crisi: Paolo sembra essere passato da una sorta di perfezionismo, dove contavano le riuscite, il dovere, l’osservanza dei comandamenti e Dio era piegato al proprio schema mentale, a un diverso modo di comprendere le cose. Se prima era Paolo che con la sua stessa volontà, con la sua irreprensibilità e arroganza gestiva la relazione con Dio, ora egli impara ad affidarsi a Dio e a lasciargli le redini della sua vita.

purché Cristo sia annunciato

Se c’è una espressione che in qualche modo racchiude tutto di Paolo questa la si può ravvisare in Fil 1,18: purché Cristo sia annunciato.

Una vicenda piuttosto complessa quella di Paolo ma con questo unico motivo di fondo: far conoscere Gesù Cristo. La strada è il suo luogo abituale di vita e il viaggio la sua condizione. L’orizzonte è il mondo intero (2Cor 11,23ss). E allora ecco i viaggi per terra e per mare, in regioni montuose e deserte, i naufragi, le persecuzioni, i disagi di ogni tipo. In brevissimo tempo tante le distanze percorse e le comunità fondate. Sa che il vangelo cammina con le gambe dei suoi annunciatori. E dove non può arrivare con le sue gambe affida alle sue lettere non tanto il suo pensiero quanto la sua sollecitudine e il suo amore per le comunità nate sul suo cammino.

Paolo privilegia i grossi centri, le grandi città, i luoghi di snodo. Pur muovendosi continuamente un grande affetto lo legava alle comunità fondate, come testimoniano le sue lettere. Capace di tenere insieme da una parte la vastità dell’impegno e la fretta per raggiungere più luoghi possibili e dall’altra la responsabilità verso le comunità fondate e perciò l’esigenza di fermarsi o di ritornare. Sebbene spesso in movimento mai superficiale, uomo universale e al contempo capace di comunione. Uomo a servizio della comunione tra membro e membro delle singole comunità, tra gruppo e gruppo e soprattutto tra comunità di tipo giudaico e comunità di tipo ellenistico. Favorirà una colletta per i cristiani poveri di Gerusalemme che non è semplicemente un dono ma uno scambio: i cristiani di Gerusalemme condividono la propria ricchezza spirituale e le altre comunità provvedono alle loro necessità materiali. Ognuno dona quello che a sua volta ha ricevuto. Misura del proprio dono il dono di Dio stesso che da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il Vangelo (1Cor 9,22-23). Paolo è un uomo che ha molto chiara la motivazione su cui gioca la vita (tutto per il Vangelo). Questa consapevolezza è ciò che gli fa vivere nella libertà e con maturità le relazioni interpersonali.

Il suo farsi tutto a tutti non è secondo una logica di superficialità o di svendita della propria personalità, ma è espressione di un amore non selettivoesclusivo interessato. L’unico intento è quello di portare gli altri nella relazione con Gesù e dalla relazione con Gesù arrivare agli altri.

Nel rapporto interpersonale ha dovuto fare i conti con la diffidenza: “venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo” (At 9,26).

Ha poi dovuto imparare a gestire i conflitti: “ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal 2,11).

Ha imparato a stare a contatto con la propria fragilità: “mi è stata messa una spina nella carne… perché io non vada in superbia” (2Cor 12,7).

Ha conosciuto anche la tenerezza delle relazioni: “tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto” (At 20,37-38).

Ha sperimentato e promosso uno stile del prendersi cura: “ti prego dunque per il mio figlio, che ho generato in catene, Onesimo… Te l’ho rimandato, lui, il mio cuore” (Fm 1,10-12).

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L’uomo che cammina

Archiviato in: Libri, Uomini e profeti — antoniosavone @ 4:49 pm

L’uomo che cammina
è quel folle
che pensa che si possa assaporare
una vita così abbondante
da inghiottire perfino la morte.

Coloro che ne seguono le orme
e credono che si possa restare eternamente vivi
nella trasparenza di una parola d’amore,
senza mai smarrire il respiro, costoro
sono forzatamente considerati matti

“Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato”.

“Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, l’ingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ciò che lo tormenta è nulla rispetto a ciò che egli spera. Che la morte è nulla più di un vento di sabbia. Che vivere è come il suo cammino: senza fine”.

“Quello che sostengono è inaccettabile. La loro parola è folle e tuttavia cosa valgono altre parole, tutte le altre parole pronunciate dalla notte dei secoli? Cos’è parlare? Cos’è amare? Come credere e come non credere?
Forse non abbiamo mai avuto altra scelta che tra una parola folle e una parola vana”.

L’uomo che cammina di Christian Bobin, un libro che parla di Cristo senza mai nominarlo e che quindi parla inequivocabilmente di Lui, ma allo stesso tempo di ognuno di noi.
Christian Bobin è nato nel 1951 a Le Creusot (Borgogna). Poeta apprezzato per la lievità della scrittura e la profondità delle tematiche, ha ricevuto in Francia diversi premi letterari. In italiano ha finora pubblicato Francesco e l’Infinitamente Piccolo (San Paolo 1994), La donna che sarà (Archinto 1995), Più viva che mai (San Paolo 1998).

XXX domenica

Archiviato in: Omelie 2008 — antoniosavone @ 4:40 pm

(Es 22, 21-27; 1Ts 1, 5-10; Mt 22, 34-40)

Non la dottrina ma la tenerezza…

 Che cos’è che conta davvero? Che cosa è davvero più importante? È questa la domanda che viene portata a Gesù il quale riassume tutto in una parola: amerai…, ovvero imparerai a fare spazio, imparerai ad accogliere, imparerai ad ospitare. Cos’è, infatti l’amore se non l’esercizio continuato del fare spazio all’altro contraendosi? Lo Spirito accade nella nostra vita ogni volta che qualcosa di altro e di diverso affiora in noi e nella relazione con altro da noi. Per questo l’invito ad amare, a fare spazio: ne va dell’esperienza dello Spirito. Lì c’è Dio: il divino accade nell’umano. Sempre così. E lui non lo ritiene indegno di sé.

Amerai… Amerai… Sta per andarsene Gesù. E a Gerusalemme, consapevole dell’incalzare degli eventi e dell’ostilità dei suoi interlocutori, non esita a fare appello a gesti e parole in grado di rivelare che cosa possa voler dire vivere secondo Dio: amerai… Lui, il Signore, di lì a poco farà spazio persino all’esperienza del rinnegamento e del tradimento pur di non venir meno all’invito ad amare.

Gesti e parole testamento quelli di Gesù, anche a prezzo della sua stessa esistenza: amerai… Ecco ciò che conta: amerai… Così ripete Gesù all’esperto di teologia che, dopo estenuanti riunioni, si fa avanti per mettere alla prova Dio stesso. Gesti e parole dispersi nel vento se è vero che l’uomo religioso non sarà disposto ad accogliere che Dio “si” dica (dica di sé) non con il linguaggio delle definizioni e dei dogmi ma con gesti che nascono da un cuore che vibra.

In un contesto ambiguo, fatto di competizione, di invidie, di progetti di morte proprio in quel luogo per eccellenza della spiritualità che è il tempio, Gesù non si abbandona a invettive – pur conoscendo che si stava tramando contro di lui – ma osa parlare di amore, osa ancora una volta abbandonarsi al canto della nostalgia e consegna l’anima di ogni  precetto della Legge. Risponde non con le categorie del diritto ma con quelle proprie della preghiera di ogni israelita (lo Shemà Israel). Di lì a poco, non chiamando più servi ma amici, i suoi discepoli, di nuovo li sottrarrà dall’ambito legalistico per collocarli in un ambito filiale.

Parole testamento quelle di Gesù ma anche parole denuncia: denunciano infatti un’esperienza religiosa divenuta soltanto un’intricata casistica. Dio non è anzitutto da conoscere ma da riconoscere, Dio non è anzitutto qualcosa da capire ma qualcuno da accogliere, Dio non è da temere ma da amare. E lo si può fare perché in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi (1Gv 4,7-10). E ha amato noi quando eravamo ancora peccatori. Fuori da questa consapevolezza ogni istituzione religiosa rischia di eliminare proprio colui che incarna l’amore del Padre. Paradossale ma vero: i più determinati ad eliminare Gesù sono stati proprio coloro che più avevano modo di nutrirsi del comandamento di Dio.

Amare Dio significa amare ciò che Dio ama e Dio non ama nulla più dell’uomo: per questo il secondo è simile al primo.

Amerai… Amerai… fino alla fine questo il sogno di Dio che nessuno dei protagonisti della scena evangelica sembra raccogliere.

Amerai… verbo al futuro perché è il verbo della vita e la vita è ricerca. La vita non è soltanto ciò che hai alle tue spalle: essa è ancora tutta da svolgere inventando nuovi percorsi nelle tue relazioni. Verbo ancora tutto da coniugare perché la vita, Dio, l’altro sono sempre ad-venienti.

Parola da ripetere – amerai – dice Dt 6,4, perché parola che spesso si dimentica quando altre logiche fanno capolino, quando Dio è legato più alle ragioni di un intelletto che a quelle del cuore.

Amerai…, ossia, un invito a stare in cammino, attratti e affascinati da un Dio che è sempre di fronte a me. Invito a fare spazio a ciò e a chi “accade” davanti a te.

Amerai… verbo che attesta come non sia possibile stare nella storia secondo un’etica dei minimi sforzi così da garantirsi certe appartenenze umane ma solo a prezzo di una totalità: con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta la vita.

Da fissare sul calendario della storia quel giorno in cui alla domanda di un dottore della Legge Gesù arrivò a mettere sullo stesso piano l’amore per Dio e l’amore per l’uomo. “Mai… in tutte le Scritture, i ‘due amori’ sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa pasta, l’uno a specchio dell’altro, l’uno a inveramento dell’altro” (G. Caramore).

Non la professione della fede il criterio su cui saremo giudicati ma il bene che siamo stati capaci di generare. Non la dottrina ma la tenerezza. Discepoli di questo Dio non sono gli esperti ma tutti coloro che sono capaci di amore. Risolutivo non sarà credere in un Dio con queste o quelle caratteristiche ma essersi aperti all’amore. Non un dovere da compiere, anzitutto, ma una relazione da accogliere.

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Profezia

Archiviato in: Uomini e profeti — antoniosavone @ 1:39 pm

E il già detto è ancora
da ridire, Qohelet:

mai la stessa onda si
riversa
nel mare e mai
la stessa luce si alza
sulla rosa:

né giunge l’alba
che tu non sia
già un altro!

David Maria Turoldo, nel libro Profezia, Garzanti, 1999

2 Ottobre 2008

XXIX domenica

Archiviato in: Omelie 2008 — antoniosavone @ 7:26 pm
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(Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21)

Restituire…

Alquanto familiare e proverbiale il detto di Gesù riportato dalla pagina evangelica: date a Cesare…. Mai parole più fortunate. Spesso sulle nostre labbra quando siamo sollecitati a ristabilire le parti di un contenzioso. Ancora sulle nostre labbra quando si tratta di stabilire la totale autonomia di un potere politico completamente disgiunto da tutto ciò che attiene all’ambito spirituale: un conto è l’anima, un conto è la vita con tutto il suo ordinamento.

Una prospettiva troppo angusta e riduttiva quella che si risolve nel definire il tipo di rapporto che deve intercorrere tra realtà profane e sfera del sacro, tra politica e religione, Cesare e Dio. La stessa prospettiva degli interlocutori di Gesù. Ma, come già in quel caso, ancora una volta Gesù allarga l’orizzonte. Gesù non aveva di mira di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di pervenire alle radici stesse del potere.

Ipocriti… Ipocrisia come atteggiamento di chi ha già deciso di non cambiare, di non volersi misurare con la realtà. Atteggiamento di chi vive di parole, vive di riunioni per accordarsi su come misurarsi con un reale che eccede il proprio modo di vedere le cose. La realtà delle cose, così come si presenta, è ciò che destabilizza l’ipocrisia. L’ipocrisia aborrisce l’evidenza. Ma è proprio a questa evidenza che Gesù riconduce gli ipocriti. La moneta di cui dispongono dice che in qualche modo essi riconoscono già un potere.

Gesù – che insegna la via di Dio, come attestano i suoi stessi accusatori –  allarga la prospettiva facendo capire che il problema non è schierarsi pro o contro Cesare. Il problema è riconoscere che tutto di te viene da altrove.

Ecco allora l’invito rivolto ai suoi interlocutori di allora e a quelli di sempre a restituire. Non il semplice: date, ma restituite. Che cos’hai di tuo che tu non abbia ricevuto? Tutto ciò che sei, tutto ciò di cui disponi viene da altrove. Restituire… ovvero riconoscere di essere in debito. Verso la vita, verso Dio. Riconoscere che la nostra vita è una rete di debiti. Perciò restituisci quello che hai ricevuto. Restituisci nella e con la vita.

Cesare non è solo lo stato o il potere o la sfera politica. Cesare impersona tutta la dimensione umano-terrena dell’esistenza a cui sono chiamato a restituire ciò che a mia volta ho ricevuto. Che cosa sono disposto a restituire per l’edificazione di quella casa comune che è il mondo, la vita, la storia, le mie relazioni? Il problema scatta quando al Cesare di turno viene attribuito ogni pretesa di signoria. Ecco allora il criterio introdotto da Gesù: restituire a Dio…

Gesù va oltre la questione posta dai suoi interlocutori: Cesare e Dio non stanno sullo stesso piano. E Dio non è un Cesare più grande degli altri Cesari.

Cosa restituire a Dio? Non già delle cose ma me stesso. In me Dio ha impresso la sua immagine quando all’inizio sono stato formato a sua immagine e somiglianza. Gli appartengo, irreversibilmente. Che io ne sia consapevole o meno, proprio come il pagano Ciro.

Perciò altri signori, altre liturgie sono estranee alla vita dei credenti nell’unico Signore. La fede nell’unico Signore non riguarda qualcosa che ha a che fare con l’anima ma con la vita, non con una vaga spiritualità ma a contatto con la storia dove siamo chiamati a essere immagine di quel volto di Dio che Gesù è venuto a svelare. Un volto che mai si manifesta con i tratti della forza e della potenza ma in quelli dell’umile servire la causa dell’uomo, ogni uomo.

Lui mi ha fatto segno di lui, indipendentemente da una religione. Anche il pagano Ciro di cui ci ha narrato il brano della prima lettura è segno di lui. Io di cosa e di chi sono segno, sono immagine?

Il mondo varia con le sue forme statali. Come regolarsi da discepoli? Né negando né sacralizzando, ma restituendo ciò che spetta a ciascuno e rifiutando ciò che non gli è dovuto.

I rapporti tra Dio e Cesare non si risolvono né con un sì incondizionato, né con un no pregiudiziale. Il rapporto tra Dio e Cesare non può essere risolto teoricamente, in astratto, una volta per tutte. “Ogni generazione cristiana deve chiedersi se, nella concreta situazione storica in cui si trova, essa può continuare a dire: “Dio e Cesare” o deve imparare a dire: “Dio o Cesare” o addirittura “Dio contro Cesare” (P. Ricca).

Non si tratta di essere ribelli facili o per mestiere, ma resistenti alla sovranità umana quando questa vuole usurpare ambiti e spazi all’unico Signore, cui tutti devono essere sottomessi.

È un invito, quello del Signore Gesù, a vivere con sapienza perché sappiamo stare nella storia capaci di discernimento, lontani al contempo dall’adulazione e dal rigetto emotivo. Lo stesso discernimento che fa riconoscere ad Israele la presenza di Dio in un’autorità, Ciro, che non conosce Dio.

 

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